Era il 2 Febbraio del 2008, quando Adriano Angeloni, 40 anni da poco compiuti, originario di Viggiano, moriva, schiacciato da un rullo di stiro della linea di estrusione di filatura del materiale gomma-plastico, all’interno dell’azienda Vibac. Fabbrica dell’area industriale di Viggiano-Grumento Nova, produttrice di film polipropilenico per imballi alimentari e vari. Da allora la famiglia chiede ad “alta voce”giustizia e verità su quel “maledetto” e tragico episodio. Sono trascorsi circa quattro anni e le indagini preliminari non si sono ancora chiuse. Un nulla di fatto che ha portato oggi i familiari ad uscire dal silenzio e dalla dimenticanza che condanna a una seconda morte Adriano, e a contattare il nostro giornale per far sentire la propria voce e “gridare” che “giustizia sia fatta”. Una lungaggine legata alla lentezza del sistema burocratico – giudiziario. «Una vergogna», solleva il marito della sorella di Adriano, Michele Allemma che punta il dito contro la «macchina amministrativa ». «Non sono state ancora chiuse le indagini preliminari – spiega – Un nulla di fatto, zero totale. Alcune indagine fatte a suo tempo. Due notifiche e poi il niente ». Si arrabbia Allemma, per lui c’è una differenza di giustizia che avviene tra “nord e sud”. «E’ proprio vero – osserva – che siamo al Sud anche nella giustizia». «Mio cognato – continua nello sfogo – è morto a seguito di un infortunio sul lavoro presso l’azienda Vibac, nell’area industriale di Viggiano. Il fatto è avvenuto il 2 Febbraio del 2008 e sono ormai trascorsi quattro anni, ma ad oggi le indagini giudiziarie non sono ancora concluse e non si sa quando si concluderanno ». «Eppure l’infortunio – commenta il familiare dell’uomo morto nell’incidente – è avvenuto più o meno nel medesimo periodo in cui si è verificata la tragedia degli operai della Thyssen krupp di Torino, il 6 Dicembre 2007, di cui tanto ha parlato la stampa e televisione e per il quale è già stata emessa una sentenza di condanna nel Marzo 2011, anche molto pesante ». «Forse – ribadisce Allemma – è proprio vero che oltre alla vita anche la morte al sud, viene trattata come quella di serie B». Poi la precisazione sulla Vibac, «non c’è mai stato – evidenzia – ostruzionismo da parte dell’azienda sia durante l’indagini che dopo. E quindi non si riesce a capire perché questa lentezza. L’unica giustificazione che ci dicono, è cambiato il giudice, attualmente è il dottor Musto». «Al dolore – conclude – si aggiunge lo sconforto per la giustizia negata». Ad assistere legalmente la famiglia di Adriano, l’avvocato Antonio Autilio (consigliere regionale di Idv).
Destino comune con il suo testimone di nozze
Adriano per tutti era conosciuto come il gigante buono, per il suo aspetto e la sua cordialità. Un grande lavoratore. Il suo destino, beffardo, è stato unito a quello del suo testimone di nozze, Giuseppe Funsero di Tramutola. Entrambi morti allo stesso modo. Stessa azienda, Vibac . Stessa linea di produzione e stessa sorte. Giuseppe morto nel Maggio del 2003 e Adriano cinque anni dopo, nel 2008. “Erano circa le quattro, quando il rullo di imballaggio della linea di produzione inizia a dare dei problemi. La pellicola non si avvolge e inizia ad aggrovigliarsi. Il rullo si incastra, bisogna sbloccarlo. Allora Adriano, capo macchina, si avvicina al macchinario che stava girando ad una velocità di 3 mila giri al minuto. Nel momento in cui si avvicina per rimettere la pellicola al posto, pochi secondi e viene risucchiato dall’ingranaggio del rullo. Sbatte la testa insieme alla parte laterale del torace, con il braccio sotto il rullo. Nel frattempo, i compagni rendendosi conto della situazione bloccarono il macchinario e la linea di produzione. Era ancora cosciente quando arrivò sul posto il 118 Basilicata Soccorso, postazione maike di Villa d’Agri con il medico Nicola Bentivoglio. Trasportato d’urgenza al Pronto Soccorso dell’Ospedale civile di Villa d’Agri, nonostante, il pronto intervento dei rianimatori e dell’equipe medica, il cuore di Adriano si fermò. Allora il padre di Adriano, in uno sfogo ai giornalisti dichiarava “devono chiarire com’è successo e perché, in modo che non capiti più a nessun altro figlio. Non si può morire così”. Ad oggi quella richiesta non è stata ancora accolta, nonostante siano trascorsi quattro anni dalla tragedia. E ad “oggi una mamma, una sorella, una moglie e i due figli” chiedono quella giustizia che ancora gli è negata. Conoscere quella verità di quel maledetto giorno.
Fonte: Il Quotidiano della Basilicata – Angela Pepe
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