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Basilicata: Eni ha perforato orizzontalmente testando nuovi fanghi

Due pubblicazioni, due mondi diversi ma vicini. La prima del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) di Tito, una sorta di studio di settore tra le aziende della zona Val d’Agri, con tesi astratte mirava nel 2014 a ricostruire la “percezione” del rischio ambientale e non.

 La seconda, molto tecnica, mostra come in Basilicata, Eni abbia collaudato nuove tecniche e sostanze per la perforazione alla luce di diversi problemi riscontrati nel pozzo Monte Enoc 10 Or B. Uno scambio di ruoli allarmante in cui a dire cosa viene iniettato sottoterra non è il CNR ma Eni, e a fare l’indagine che invece si addiceva a Eni la svolge il CNR. Risultato? Dei veri rischi non ne parla nessuno, un esempio concreto di come la speculazione privata è sempre anni luce avanti ai mezzi di controllo pubblici. Così mentre lo Stato e la sua ricerca dormono, le multinazionali corrono.

 L’enigmaticità del CNR di Tito: il petrolio inquina senza soluzioni. Secondo il CNR di Tito, nella pubblicazione intitolata “Il bilancio ambientale dell’Alta Val d’Agri: un contributo alla valutazione del rischio industriale e strategie per uno sviluppo sostenibile” gli autori, Loperte e Cosmi avanzano metodiche per la definizione di un bilancio ambientale, una sorta di indagine volontaria in grado di descrivere qualitativamente e quantitativamente le relazioni tra attività antropiche e ambiente, sostenendo sia la pianificazione strategica che la valutazione delle annesse politiche. In particolare, permette di valutare le prestazioni ambientali degli insediamenti industriali e la loro pressione sulle zone vulnerabili, mettendo in evidenza l’impatto più importante e i fattori/potenziali rischi industriali, associati. Secondo il CNR, il Centro Olio Val d’Agri (Cova, ndr)rappresenta indubbiamente una fonte significativa di impatto ambientale con importanti rischi industriali.

 Il petrolio è la prima fonte di rifiuti speciali e pericolosi in Val d’Agri. L’industria del petrolio provoca un forte impatto su tutte le matrici ambientali, su vegetazione, fauna selvatica, salute umana. E lo fa durante tutta la lavorazione, dalla perforazione al trasporto (come scritto da Sviluppo Basilicata nel 2011, ndr) e come riportato dal CNR. Le attività petrolifere sono quelle che producono in Basilicata la maggior quantità di rifiuti speciali pericolosi e non, stando ai dati Argaip. “Lo stato dell’ambiente e gli impatti delle attività antropiche nell’area di studio – riporta il CNR – sono stati effettuati indagando la qualità dell’aria e dell’acqua e valutando le imprese con certificazioni ambientali (norme ISO, EMS e HSM)”, quindi interrogando le imprese che lavorano nell’indotto Eni, e riconoscendo l’importanza di un accreditamento che Arpab e Osservatorio Ambientale non hanno. “La maggior parte dei dati – continua il CNR – sono stati forniti dall’Osservatorio Ambientale della Val d’Agri”, una struttura, lo ricordiamo, che sul proprio sito ha la sezione “News” ferma al 31 luglio 2014.

 Il petrolio è la causa “probabile” dell’inquinamento: indaghiamo le falegnamerie? Il CNR scrive che “un’analisi preliminare dei dati sulla qualità dell’aria dal periodo che va dal 28 febbraio al 13 giugno 2013 ha mostrato che nei pressi del Cova vi è stata un’alta concentrazione di tutti gli inquinanti e in particolare di composti organici volatili”, quindi tossici o cancerogeni dimenticano di dire, “probabilmente” scrive il CNR, originato dalle attività di trattamento di petrolio e anche alte concentrazioni di H2S e diversi sforamenti nei valori di ozono. Per quanto riguarda la qualità delle acque sotterranee, “non” ci sono problemi rilevanti riporta il CNR, stando ai dati dell’Arpab, per la città di Montemurro. La superficialità della bibliografia riportata dal CNR è raccapricciante, e dimenticano di citare i pochi dati Arpab e Agrobios esistenti, che attestano per svariati anni, diversi e pesanti fenomeni di contaminazione di falda. Il CNR ammette la “strategica” mancanza di un bianco ambientale, riportando che “la mancanza di conoscenza circa il periodo prima dell’inizio della attività minerarie ostacola una valutazione completa dei cambiamenti avvenuti nel tempo e di causa-effetto”. Al CNR c’è qualcosa che non va, e diverse volte traspare proprio dalla risicata bibliografia citata.

 L’acqua consumata dal petrolio e i rifiuti prodotti. Solo per il settore minerario, stando a fonte Argaip, come riportato nello studio del CNR, l’acqua destinata a uso industriale per la Val d’Agri sarebbe stata, per il 2013, di un milione di metri cubi, senza alcun costo di fornitura riportato. Invece circa 38mila sarebbero state le tonnellate di rifiuti pericolosi prodotti dal settore e altre 38mila consegnate, stessa quantità per quelli speciali non pericolosi. Dati su cui riflettere perché né certificati, né mai pubblicati o dettagliati da altri enti.

 A Ravenna parlano della Val d’Agri come “testing area”. Durante la fiera italiana dei petrolieri del 2013, chiamata OMC, un gruppo di tecnici Eni-Halliburton ha illustrato lo studio “Applicazione di fluidi altamente performanti nella concessione Val d’Agri”. Gli autori denunciano problemi di stabilità durante la perforazione sul pozzo Monte Enoc 10 Or-B, problemi che hanno spinto Eni e Halliburton (fornitore di liquidi di perforazione, ndr), a cercare un fluido alternativo. Questo ha portato allo sviluppo e diffusione di un fluido con cloruro privo di potassio, un fango a base d’acqua ad alte prestazioni. “Questa – scrivono i relatori – è stata la prima volta che un fluido privo di potassio è stato usato in questo campo”. Per trovare il miglior equilibrio tra minimizzare l’impatto ambientale e migliorare la stabilità del foro, diversi sistemi di fanghi a base d’acqua sono stati utilizzati negli ultimi 16 anni per perforare all’interno della formazione Irpina. Tuttavia questi sistemi non hanno stabilizzato i pozzi della zona, geologicamente complessa e interessata da fenomeni di tettonizzazione. Dopo diverse prove, nel 2006 si tornò al cloruro di potassio che però portava a contaminazione ambientale da alti livelli di solidi in dispersione (i famosi TDS che in alte dosi abbiamo trovato in diverse acque campionate tra Montemurro e Corleto, ndr).

Nel sottosuolo Eni e Halliburton hanno usato polimeri, soda caustica e barite. Questi eventi hanno spinto l’operatore e il fornitore di fluidi a sviluppare un fango a base d’acqua senza potassio. L’ipotesi alla base dello sviluppo di questo fango da perforazione era che la caolinite presente in Val d’Agri, era instabile in presenza di ioni di potassio, così campioni di roccia valligiana finiscono nei laboratori (Halliburton, ndr) per modulare meglio la ricetta dei fanghi da usare. Il pozzo Enoc 10 è stato perforato tra i 2.400 ed i 3.126 m (Foto numero 7 nella galleria immagini) con un angolo di deviazione massima di 33,5° per poi, pare, proseguire in senso orizzontale, grazie anche all’impiego di questo nuovo fango. In realtà il fango a base d’acqua è solo in minima parte acqua ma presenta al suo interno miscele viscose di ignota composizione: soda caustica, diversi tipi di polimeri, stabilizzanti di ignota composizione, 769 kg di barite per metro cubo, altri gel chimici e agenti plastici non identificati, ed altri fanghi usati in mix a elevate temperature e pressioni (fluidi HTHP, ndr). In base a questo saggio, Eni avrebbe alternato diversi fanghi a secondo delle profondità, un mix di polimeri, cloruro di potassio e fanghi a base d’acqua che hanno ben altro al loro interno che semplice acqua. I fanghi a base di cloruro di potassio sono vietati in alcune nazioni per i loro effetti tossici, ma per loro fortuna non in Italia.

FONTE: BASILICATA24


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