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Per Potenza un distintivo d’onore: medaglia d’oro PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giorgio Mallamaci   

Sono della provincia di Potenza e orgogliosissimo di esserlo per svariati motivi, tra questi spiccano la splendida natura con i suoi incontaminati boschi ed il carattere e la cortesia della sua gente. Un ennesimo motivo che mi inorgoglisce di appartenere a questa provincia, nonché di essere un “verace lucano”, è quello di appartenere ad una provincia la cui città è tra quelle che hanno contribuito all’unità di questa splendida nazione che si chiama “Italia”. La nostra città di Potenza, infatti, è tra i 27 gonfaloni comunali insigniti della medaglia per benemerenze risorgimentali e tra queste città, solo 5 del meridione possono vantare l’alto onore di aver ricevuto la medaglia d’oro per il loro impegno ed il sacrificio mostrato durante il periodo risorgimentale. Il prestigioso conferimento fu istituito con R.D. n. 395 del 4.9.1898 e conferito alla città di Potenza l’11/12/1898, con la seguente motivazione: “In ricompensa del valore dimostrato dalla cittadinanza nel glorioso episodio del 18 agosto 1860. Lo stesso giorno dello sbarco di Garibaldi in Calabria, Potenza fu la prima città del Mezzogiorno a insorgere contro il governo borbonico.”

 

La medaglia d’oro è così rappresentata: diametro mm. 55, con attacco a staffa, appesa ad un nastro di seta alto mm. 37, di colore azzurro e orlato da tre filetti verticali tricolori. Nel recto: nel campo l'effigie del Re volta a sinistra e contornata dalle parole "UMBERTO I RE D'ITALIA". Nel verso: nel campo, entro un cerchio, lo spazio per il nome della città decorata ed un breve cenno della motivazione; il tutto contornato da una corona formata da un ramo di quercia, a sinistra, e da un ramo di alloro, a destra, legati in basso da un nastro.

 

 

Cenno storico del memorabile avvenimento.

La notizia della spedizione dei mille, iniziata nel maggio del 1860, aveva raggiunto i gruppi insurrezionali lucani. Le vittoriose imprese garibaldine avevano risvegliato gli animi dei patrioti lucani. Agli inizi del ’60, Giacinto Albini si trasferì a Corleto Perticara ove gran parte delle autorità locali erano a favore dell’Unità d’Italia e dove fu costituito il “Comitato centrale lucano” che a sua volta controllava dei sottocomitati. Il gruppo rivoluzionario si riunì nell’abitazione di Carmine Senise per delineare una strategia unitaria. Alla guida del comitato insurrezionale parteciparono il colonnello Boldoni, Nicola Mignogna, l’Albini e Lacava. Lo stesso Comitato lucano, ormai divenuto il centro risorgimentale della Basilicata, cercò in tutti i modi di coinvolgere anche le altre province del centro sud ed in particolare quelle di Avellino, Benevento e Cosenza. Il 15 agosto, fu divulgato un comunicato in tutti i paesi della Basilicata, allo scopo di invitare i liberali a concentrare le proprie forze su Potenza per il giorno 18 agosto. Il 16, a Corleto fu ufficialmente proclamata la rivoluzione, al grido di «Garibaldi dittatore, Italia e Vittorio Emanuele». Il comando delle forze insurrezionali fu affidato al Boldoni, e nominato capo dello stato maggiore Carmine Senise, già prefetto di Napoli. Ormai il momento era propizio, bisognava uscire allo scoperto, quindi, da casa Senise si mosse il drappello rivoluzionario, preceduto dalla bandiera tricolore, con la croce dei Savoia. I tre rappresentanti del comitato, incitarono i cittadini che erano accorsi dai paesi limitrofi ad arruolarsi come volontari nell’esercito di liberazione per insorgere contro i Borboni. Il primo drappello d'insorti, giunto a Corleto, fu quello di Pietrapertosa, comandato da Francesco Garaguso; un’altra colonna proveniva da Genzano, sotto il comando di Davide Mennuni; ed un’altra ancora da Avigliano agli ordini del sacerdote Nicola Mancuso, in tutto duecento uomini. Seguirono quella di Gallicchio sotto il comando di Giambattista Robilotta, di Missanello capeggiata da Rocco De Petruccellis, di Montemurro al seguito di Nicola Albini e di Spinoso capitanata da Pietro Bonari. Il colonnello Camillo Boldoni organizzò le colonne ed impartì loro le disposizioni per marciare su Potenza. Gi insorti intrapresero una marcia verso il capoluogo. Sulla strada per Potenza, si unirono agli insorti quelli provenienti da Tramutola, Viaggiano, Saponara, Sarconi ed altri paesi limitrofi, con una forza che superava le 1.500 unità. Tale raggruppamento, costituì la “III colonna delle forze insurrezionali lucane” che poi fu dislocata nell’alta Basilicata nei pressi di Sant’Angelo dei Lombardi, sotto il diretto comando del maggiore Vincenzo Arnone di Brienza A Potenza, le agitazioni partirono dal seminario cittadino che si ribellò i primi di agosto al grido di “Viva l'Italia e viva Garibaldi”. Proprio in quel collegio, che re Ferdinando II nel 1850, per frenare l'indole audace della gioventù lucana, ne affidò l'educazione ai Gesuiti. Questi, per quanto si fossero adoperati con la loro autorità a piegare le opinioni politiche degli studenti del Real Collegio e della popolazione, non riuscirono ad ottenere nessun risultato in loro favore. Il 13 agosto i seminaristi, insieme alla popolazione, vollero recarsi al ponte di Gallitello per festeggiare il ritorno di Emilio Petruccelli, il quale, esule a Londra, era stato amnistiato. All'imponente manifestazione gli agenti borbonici preferirono non intervenire. Il collegio dei Gesuiti fu poi fatto segno di invettive seguite da una nutrita sassaiola che mandò in frantumi i vetri di parecchie finestre. Dopo questi episodi i Gesuiti preferirono lasciare Potenza nella notte. Il 14 agosto, Emilio Petruccelli si recava a Corleto Perticara, per conferire con il “Comitato centrale lucano”. Nella riunione venne decisa l’insurrezione di Potenza, stabilendone la data alle ore 10 del 18 agosto. Nella città, intanto, i patrioti si andavano organizzando raccogliendo fondi da destinare alla imminente rivoluzione; raccolsero le offerte per 250 ducati a cui contribuirono persino le suore di S. Luca e le Spose del Signore. Questo stato di euforia ed agitazione evidenti tra la popolazione, spinsero i dirigenti della polizia a chiedere rinforzi militari da aggiungere a quelli già presenti in città. La notte del 17, entrarono in Potenza alla spicciolata 400 soldati borbonici. Il giorno seguente, come concordato con il comitato di Corleto e quello cittadino, Potenza insorge. La città era presidiata dai gendarmi comandati dal capitano Castagna, il quale raccolse la truppa sulla spianata di San Rocco, per fronteggiare in armi i cittadini insorti. I potentini ebbero l’impressione che il capitano Castagna si allontanasse con i suoi uomini fuori città. Poco tempo dopo, invece, i gendarmi tornarono, gli insorti intimano al Castagna di gridare “Viva Garibaldi”, ma questo per tutta risposta ordina di far fuoco. Nello scontro caddero una decina di persone. I potentini, ormai in armi rispondono al fuoco, uccidono ventidue gendarmi, quindici furono feriti e trentasei fatti prigionieri. I restanti vennero messi in fuga e costretti a ripiegare verso Tito, dove furono disarmati dalle guardie nazionali. A questo punto, Nicola Mancuso comandante della colonna di Avigliano con i suoi mille uomini diede ordine di entrare in città e lo stesso avvenne per la colonna proveniente da Corleto Perticara al seguito del Boldoni che occupò la città dalla parte opposta. La notte del 18 agosto, in casa Viggiani fu costituito il governo prodittatoriale. Furono proclamati due prodittatori, nella persona di Albini e Mignogna. Loro stretti collaboratori furono Rocco Brienza, Gaetano Casciani e Giambattista Matera, Nicola Maria Magaldi, Pietro Lacava. Il colonnello Boldoni fu nominato comandante in capo delle forze insurrezionali, posto come maggiore della Guardia Nazionale Emilio Petruccelli ed a capo della città venne nominato il sindaco Antonio Sarti. In tutti i Comuni lucani si costituì una Giunta Municipale insurrezionale con i poteri necessari per attuare le disposizioni emanate dal nuovo Governo. Fu anche fondato un, giornale ufficiale, “Il Corriere Lucano”. L'intendente Nitti, invitato a prender parte al nuovo governo, correttamente rifiutò, rimettendo l’autorità municipale al nuovo governo prodittatoriale della Basilicata. Il 19 agosto fu allietato dai festeggiamenti per il ritorno da Londra del patriota Emilio Maffei, il maggior fautore dei moti del 1848. Lo stesso giorno, intanto, Garibaldi era sbarcato a Melito e si apprestava ad attaccare le truppe borboniche a Reggio Calabria, per poi risalire la penisola, mentre la Basilicata poteva a pieno titolo considerarsi già 20 giorni prima che il Generale giungesse a Rotonda, libera ed indipendente. Autonomamente, aveva scacciato i Borboni ed attendeva il Generale per assoggettare volontariamente la regione alla sua dittatura. Gli avvenimenti che si succedettero allo sbarco in Calabria, fecero cambiare radicalmente la convinzione a Garibaldi che lo scontro finale non sarebbe dovuto avvenire tra Sapri e Salerno come egli supponeva, bensì più a nord. In tali circostanze la strategia militare veniva totalmente ribaltata, l’avanzata dell’esercito garibaldino verso Napoli fu affrettata sia via terra che per mare al fine di prendere posizione a sud del fiume Volturno. Il giorno 6 settembre, ad Auletta veniva salutato dal Prodittatore Giacinto Albini e dalla deputazione potentina, alla cui presenza Garibaldi emise il decreto di nomina dell’Albini a Governatore della provincia di Basilicata con poteri illimitati. Segretario Generale della provincia fu nominato Giacomo Racioppi.

Giorgio Mallamaci

 

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