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Nel suo alibi c’è un buco di tre ore durante le quali non è stato visto da nessuno. Sottoposto a «ispezione corporale » dal magistrato che seguiva l’inchiesta emersero ferite sospette. E ci sono dei testimoni che hanno riferito la storia degli anziani che molestavano la bambina in cambio di pochi spiccioli. E tra questi anziani c’era proprio lui: Peppino Alberti, 87 anni, detto «il viggianese».
Sono questi gli elementi che hanno spinto il sostituto procuratore Sergio Marotta a chiedere al gip del Tribunale di Potenza che quel fascicolo chiuso nel 1975 perché mancava la querela della parte offesa venisse riaperto. Il sospetto è che il viggianese sia coinvolto in qualche modo nell’omicidio di Ottavia De Luise, la bambina di Montemurro sparita dopo essersi incamminata sulla vecchia strada che porta ad Armento, tra la proprietà del viggianese e la masseria di Andrea Rotundo, l’altro anziano indagato. Al centro, tra i due poderi, c’è la chiesa del Carmine. Zi‘ Andrea «facuzzieddo», così chiamano in paese Andrea Rotundo, abita al civico tre di via Concerie, in un palazzo storico che affaccia sull’in - crocio che porta in piazza Albini. In linea d’aria è a 500 metri da quel fienile che la polizia, su mandato della procura, ha demolito qualche settimana. Lui, al contrario del viggianese, un alibi ce l’ha. Il 12 maggio del 1975, giorno della scomparsa di Ottavia, era a lavoro. Fino alle cinque del pomeriggio. Alcuni testimoni confermano questo particolare. Al momento, però, resta indagato. Perché, sospettano gli investigatori, al delitto di Ottavia potrebbero aver preso parte più persone. Forse le stesse che la molestavano. L’accusa: «Omicidio volontario aggravato». Secondo gli investigatori - l’indagine è affidata alla Squadra mobile di Potenza - «è emerso che il viggianese, all’epoca dei fatti, oltre a possedere un’abitazione nel centro storico, era anche proprietario di un terreno con annesso fabbricato rurale, posto nelle vicinanze del luogo in cui Ottavia fu vista per l’ultima volta». Questa circostanza, secondo il pm Marotta, è stata «del tutto trascurata da chi investigò nell’immediatezza dei fatti», ma «attribuisce nuovo smalto all’unica pista investigativa seguita nel 1975». Spiega il pm: «Va considerato che, laddove si individuassero positivi riscontri in ordine a questa circostanza, il delitto contemplato assumerebbe la veste giuridica del reato di omicidio». Mentre il pm pronunciava queste parole, nel corso dell’udienza di ieri, nell’aula Mario Pagano del palazzo di giustizia di Potenza, era presente anche il capo della procura Giovanni Colangelo. Su una panca, in fondo all’aula, c’era Settimo, uno dei fratelli di Ottavia. È arrivata a lui la lettera anonima che ha indirizzato gli investigatori verso i terreni dei Rotundo. Il gip di Potenza Gerardina Romaniello, dopo una breve camera di consiglio, ha revocato la sentenza di non luogo a procedere per difetto di querela emessa nel 1976 - si procedeva per il reato di atti di libidine - a carico del viggianese e ha disposto la riapertura delle indagini per un periodo di sei mesi. Il legale della famiglia De Luise, avvocato Gelsomina Sassano, al termine dell’udienza ha detto: «Sono evidentemente soddisfatta di questa decisione anche per gli elementi emersi da nuove dichiarazioni e dalla rilettura dei fascicoli». Il difensore d’ufficio del Viggianese, avvocato Dino Donnoli, invece, sostiene: «Leggendo gli atti emerge che, il giorno prima della scomparsa della bambina, il mio assistito ha avuto un malore che lo ha costretto a restare a casa». Sarà andata davvero così? La Procura ritiene di no. Ora ha sei mesi di tempo per dimostrarlo.
Fabio Amendolara - La Gazzetta del Mezzogiorno |